nonrichiestour ferrara

Padova – giorno #1

Scendo dal camper, parcheggiato alla bell’e meglio appena fuori dal centro di Padova.

La pancia del veicolo rigurgita fuori altri due dei miei folli compagni di viaggio, due degli otto che mi seguono in questo non richiesto, godereccio, delirante tour di tre giorni tra Padova e chissà dove: Francesco e Federico.

Alla guida, Caterina, biondissima, ginocchio rotto ma umore integro, ci deposita con gli strumenti, o meglio lo strumento, la mia non preziosissima chitarra semi-acustica Lag.

Lei cerca parcheggio, noi invece, chitarra e amplificatori alla mano, nel tiepido happy-hour padovano dobbiamo semplicemente raggiungere l’enoteca Strasse, dove Ennio ci aspetta.

Manca poco all’inizio, sono le nove, il vino si fa già sentire, è fine aprile ma pare agosto, l’enoteca si riempie. Sistemo sedici volte microfono-chitarra-sgabello, sgabello-microfono-chitarra, chitarra-sgabello-microfono, tocco e sudo, sudo e tocco, sorrido: gli amici sono fuori dall’ampia vetrata di questa enoteca sia moderna che antica, pronti a entrare, a cantare con me.

Tocco le corde, tutto è come sempre, qualche timida faccia mi guarda, qualcuno scatta foto, mi sciolgo in 5-6 minuti, “repertorio” classico: L’età dei pupazzi, 196/03, La Nutella e la Figa, La ballata della escort Maria. Qualcuno mette qualcosa su instagram, gli amici ridono e bevono, io sorrido e canto e la serata scorre così, sinuosa e umida come solo Padova sa regalarne.

Bologna – giorno 2

Sto suonando a 100 metri da casa di Lucio Dalla, Giulia e Francesco sono riusciti a trovarmi una piazzetta tutta per me, una sorta di teatro a cielo aperto con panchine e due vie che si aprono e biforcano come le cosce di una donna bolognese un po’ maiala.

Poco da fare, sto suonando al centro di un’ideale vagina, e allora come non cantare La Nutella e la Figa versione Blues: una coppia parte a ballare, altri battono le mani, la loggetta rinascimentale a cui do le spalle non è mai stata profanata in modo così esplicito e canzonatorio.

Bologna la rossa, Bologna la dotta si dice, per me stasera Bologna ha aperto un angolino sconosciuto e ci fa vibrare insieme alle mie sgangherate corde.

Ferrara – giorno 3

Arriviamo a Ferrara, sei di pomeriggio, ultima domenica d’aprile.

Negli occhi e nelle orecchie c’è ancora Bologna, sopraffatti da tortellini e tigelle ci siamo sonnecchiosamente spostati coi camper qualche chilometro a Nord, verso casa.

Ma quella che nelle nostre teste è solamente una sosta diventa ben presto la meta, quella che nelle intenzioni doveva essere la sorella povera di Bologna tutto d’un tratto diventa la primogenita con dote.

Da quando inizio a suonare a quando finisco passano due ore buone, piazza Trento e Trieste, grande come un campo da calcio e mezzo, si riempie di umana eterogeneità: tifosi della Spal, mamme con carrozzelle, anziani al pascolo, bambini al galoppo, insomma: gente. Chi ascolta, chi canta, chi piange, chi filma, a un certo punto saranno più di cento, forse cento venti.

In media senza varianza, proprio mentre la canto davanti a queste persone, mi pare scritta da uno serio, da uno che fa questo di mestiere.

Strano percorso le canzoni: le scrivi, le canti, poi si trasformano a seconda di chi hai di fronte. Questa canzone significava una cosa, parlava di snobismi da pseudo-intellettuale agorafobico, e ora è qui, in quegli stessi spazi grandi e pieni di gente, che le parole trovano scorrimento ed efficacia. Che strane, le canzoni, più che nascere, le metti su un letto di un fiume e la corrente se le porta via.

I ferraresi applaudono, mi chiedono di tornare, ho fatto trascorrere loro due ore della domenica pomeriggio, il nemico più grande delle democrazie, perché a quell’ora, che per me è malinconia allo stato pure, ci sono famiglie che provano a essere felici e stabili. Così, in media e senza varianza.

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